Queste, secondo me, sono le parole che meglio rappresentano "La Fabbrica della Realtà". E che meglio rappresentano qualsiasi percorso che porta alla vera essenza di sé. Mi riferisco a quella essenza che è da rinegoziare ogni giorno, perché non è che una volta raggiunta resta lì, incisa su pietra, per sempre.
Sarebbe illusorio e tanto rassicurante pensare che un viaggio interiore si possa concludere con una sola andata e un solo ritorno.
Il nostro interiore è talmente variegato da non permettere facili prese di posizione o di arrivare a conclusioni affrettate. Se ciò accade è perché tra noi e la realtà vi è uno schermo su cui scorrono immagini capaci di prendersi gioco di noi. Lo schermo, naturalmente, lo abbiamo messo noi. Perché la realtà la costruiamo noi, dall'interno. Solo dopo si manifesta all'esterno. Ecco perché bisogna stare ben svegli per sognare bene. Sembra un ossimoro ma non lo è affatto.
Anche il corpo non permette di arrivare a conclusioni semplicistiche.
Immaginiamo quel miliardo di cellule di cui siamo fatti. Pensiamo forse di poterle controllare tutte?, di sapere come si stanno muovendo istante dopo istante?, di suppore quante stanno morendo e quante nascendo qui e ora nei nostri corpi? E cosa sappiamo di un istante? Riusciamo a viverlo o stiamo già innescando la prossima azione meccanica, credendo di dare vita a qualcosa di mai fatto prima?
Ecco cosa è lo schermo che si frappone tra noi e la realtà: una reiterata proiezione di immagini. Siamo ciò che sogniamo, non ciò che viviamo, perché ciò che viviamo è nato prima ancora in un nostro sogno.
Stamattina presto mi sono svegliato, ho fatto colazione e ho editato un testo di Quarta Via: si trattava della testomonianza di un uomo che ha accompagnato alla morte la propria compagna. Non è successo tanto tempo fa.
Dal testo emergeva tutto il senso di impotenza di quell'uomo: impotenza di fronte alla angoscia, alla compagna consumata dal dolore, a se stesso.
Mi ha molto colpito quel testo e sono intervenuto ben poco. Mi è venuto spontaneo sfiorare i tasti del pc e non sottoporli alla pressione che mi è solita.
Ebbene quell'uomo, Dario, di fronte al corpo della compagna fatto a brandelli da un cancro, riesce ad accettare pienamente la sua angoscia e si dedica totalmente, anima e corpo, ad un dialogo con la sua compagna priva di vita da pochi minuti. Sta con lei un'ora, chiuso nella stanza, senza avvisare i medici di turno. E le parla, cercando di supportarla nel passaggio. Ad un certo punto le dice pure: "Aspettami, amore, vado un attimo in bagno e torno.". Lo dice non guardando il corpo esanime della donna, ma guardando a mezz'aria nella stanza.
Sei mai riuscito/a a stare in una stanza da solo/a con una persona a te cara ma ormai priva di vita?
In quei casi il corpo di chi è vivo la dice lunga e si fa un bel viaggio, passando per uno stretto cunicolo, piuttosto buio, per poi sentire le membra scaldate da un qualcosa cha ha origine nella pancia e lungo la schiena. Se ci si lascia andare e si accetta completamente l'angoscia, senza rimuoverla con occupazioni meccaniche. Se si riesce a "stare" senza "interpretare".
Se si riesce a mettere da parte ciò che la cultura ci ha inculcato circa la morte, passandocela come il lupo nero da ricacciare in un altrettanto nero bosco, allora la "botta" di consapevolezza sulla nostra caducità e la nostra impermanenza è talmente forte da far esplodere insieme tutti i legacci che ci tengono ancorati e sottomessi alle paure: paure che si fissano nel corpo costituendo uno schema difensivo che possiamo chiamare corazza. O almeno è così che l'ho sentita chiamare, ma possiamo anche definirla "armatura".
Tale armatura fa parte del viaggio. Non considerarla sarebbe non solo sciocco ma pericoloso. Tutti noi abbiamo dei cuscini di sicurezza, come degli air-bag che ci proteggono dal contatto con quelle emozioni e quelle consapevolezze che non siamo in grado di accogliere da un momento all'altro come se nulla fosse.
Bisogna procedere per gradi e sfilare cuscino dopo cuscino.
Durante un viaggio avviene questo. Ed è questo che ho cercato di raccontare nel romanzo "Un'orchidea nelle mutande". Non so se ci sono riuscito e non sta a me dirlo.
Una cosa però è certa, o almeno ne vedo i contorni ben delineati: La Fabbrica della Realtà mi ha confermato che il viaggio intrapreso ha un suo valore, che è stato un bene iniziarlo. E mi limito a parlare di inizio, anche se sono 13 anni, quasi 14 il 2 giuno, da quando ho mosso il primo passo per vedere come mai ero sprofondato in un disamore verso me stesso talmente potente da intaccare l'organismo che mi ospita.
Non mi chiedo cosa vedrò alla meta. Potrei anche non arrivarci. Non ho un futuro, in quanto non esiste il futuro. E non ho più un passato, perché esso è illusorio, è un sogno che però ho dovuto abbracciare per rivedere l'istante.
E' restando nel viaggio istante dopo istante, facendo molta attenzione e sbagliando, cadendo per rialzarmi, che trovo sostanza e do significato ad ogni passo. Come disse uno scrittore a me caro, Antonio Machado Y Ruiz: "Non c'è via, si fa cammino camminando."
Anche camminando verso la morte, com'è per tutti noi, per arrivare di fronte ad essa avendole dato un senso vitale. Arrivando vivi alla Morte si effettua un passaggio importantissimo e pieno di vitalità. E' giungendo morti al cospetto della Morte che non vi è alcun passaggio. Si resta sospesi e appesi.
Queste domande ho inziato a porle a me stesso quando mi diagnosticarono un cancro al testicolo (l'etimo di orchidea è orchis, che significa testicolo).
Tutt'oggi sono in cammino, in ascolto di possibili risposte. Alcune le ho scritte nel romanzo. Sono solo le mie, quelle del mio cammino.
Se risultassero utili anche ad una sola persona affinché possa prendere in considerazione la possibilità di iniziare il proprio viaggio, ne sarei felice.
Con una tappa obbligata alla Fabbrica. Che ci insegna quanto sia nulla una meta senza l'adeguato lavoro su di sé.
Il viaggio, appunto.
Con Amore
Bruno Manca